Casa dolce casa


Da una recente indagine, svolta da Casa Doxa su un campione di 7.000 nuclei familiari, sembra che, presumibilmente causa Covid, gli Italiani abbiano aumentato parecchio il tempo trascorso in casa. E la tendenza pare essersi consolidata anche dopo che la pandemia ha un poco mollato la presa.

Il fenomeno ha immediatamente meritato una definizione anglosassone, purtroppo così tanto più breve ed efficace di qualsiasi giro di parole italiano, da essere destinata a imprimersi nella mente e rimanerci: “home nesting”, alla lettera nidificazione domestica, ovvero fare il nido a casa, trasformare la propria abitazione in un nido, da intendersi come luogo caldo e accogliente, luogo sicuro e di cura dei congiunti, con particolare riferimento alla prole.

In tempo di Covid, volenti o nolenti, la casa è diventata il nostro rifugio, capace di proteggerci dal virus e la limitazione alle uscite ha favorito una creatività “indoor” precedentemente a lungo trascurata, facendo delle nostre quattro mura il luogo dove lavorare, ma anche dove potersi esprimere e divertire, dato che fuori non si poteva andare. Quindi, tutti dentro insieme, più o meno appassionatamente.

Il fenomeno, a mio parere, seppure innescato dalla contingenza sanitaria, rispecchia un orientamento più generale, destinato a non esaurirsi tanto in fretta, legato alla rivalutazione del buon vivere e alla ricerca di tempi di vita meno frenetici e più distesi, che possono trovare nella casa un luogo d’elezione.

Sempre il malefico Covid ha spinto molti a rispolverare capacità manuali sopite oppure mai coltivate davvero, o addirittura del tutto sconosciute, specie per i più giovani: dalla cucina, al bricolage, ai lavori domestici, una serie di attività per lungo tempo appannaggio delle casalinghe, sono state rivalutate, studiate, affinate e, grazie ai social, sono divenute materia di scambio, di approfondimento, di informazione o addirittura di intrattenimento, assurgendo così a nuova vita.

In fase di forte espansione è pure l’aspetto più tecnico delle nostre case: anche grazie ai bonus di tutte le specie, si ristruttura, si ridipinge, si riadatta, per rendere la propria dimora più vicina al proprio sentire. Sempre secondo le ricerche di Casa Doxa, è inoltre aumentata, ancora in riferimento alla casa, la sensibilità per gli aspetti della sostenibilità ambientale, del risparmio energetico e per la riduzione degli sprechi, forse anche in ragione di certe bollette che hanno circolato negli ultimi mesi, ma la tendenza è sicuramente positiva.

Non dobbiamo immaginare che tutti questi aspetti interagiscano fra loro in ogni singolo caso o trovino specifica attuazione per ogni immobile, ma rappresentano un movimento in crescita, che unifica una specifica attenzione per il luogo in cui viviamo.

C’è poi l’aspetto sociale, non certo secondario, perché la casa è il luogo dove si coltivano i rapporti più stretti, i più importanti, inevitabilmente i più critici. La fuga all’esterno, un tempo, quando la nostra vita era più lineare, era tipica di un’età precisa, l’adolescenza, e aveva una funzione ben chiara e del tutto fisiologica, ovvero quella di iniziare il distacco dalla famiglia d’origine e trovare al di fuori altri punti di riferimento, a cominciare dal gruppo dei pari, per finire col compagno o compagna di vita, insieme al quale o alla quale si andava, alla fine, a costruire un nuovo nido.

Anche se la fase dell’allontanamento da casa, per quanto riguarda gli adolescenti, non si è persa del tutto, si è però confusa con molte altre fasi della vita, anche adulta e matura, in cui il rivolgersi all’esterno diventa il facile rimedio all’inquietudine di un interno poco soddisfacente, lo si faccia per votarsi al lavoro, per frequentare luoghi alla moda o per incontrare altre persone.

Tutto questo non è certo finito, ma il fenomeno dell’home nesting ci propone uno sguardo innovativo sulla questione, che mi pare di grande interesse. Riscoprire l’importanza e il piacere di fare cose insieme, dentro casa, può sembrare banale e invece non lo è; se le nostre vite e quelle dei nostri figli sono come le agende di un dirigente d’azienda, piene di impegni e attività che ognuno svolge al di fuori, per conto proprio, resterà poco da condividere all’interno, se non la parte “di servizio” della vita: mangiare, dormire, lavarsi e poco altro.

Per questa via, la casa, anziché luogo privilegiato della nostra vita, diventa invece uno spazio di serie B, dove, non raramente, potersi finalmente spogliare delle sovrastrutture che la vita sociale e lavorativa impone, per vegetare stravaccati sul divano davanti alla TV o inebetiti dallo smartphone, muti perché si è stanchi, perché si è già dato, perché il “dentro” serve solo per ricaricare le batterie. È inevitabile che in questo modo i rapporti familiari si impoveriscano e ne risentano. Non c’è poi da stupirsi se, d’estate, le famiglie non reggono due settimane sotto lo stesso ombrellone. Semplicemente non sono abituati.

La casa nido è il luogo dove imparare di nuovo a condividere e forse ci voleva una sberla come il Covid perché ci ricordassimo che in fondo può essere divertente; certo, come sempre, ci vuole misura in tutte le cose e non dobbiamo cadere nell’estremo opposto, ovvero la cosiddetta “sindrome della capanna”, che ha colto più d’uno quando, finalmente rientrata la pandemia in limiti di maggior sicurezza, è arrivato il momento di togliersi il pigiama e tornare in ufficio e qualcuno proprio non voleva saperne.

Sembra comunque che si sia ridotta la tendenza a pensare che stare in casa sia da sfigati, che passare un po’ di tempo libero con mamma e papà sia da suicidio, che condividere in coppia anche la parte meno poetica della vita a due, come pulizie, cucina, bucato e stiro, piccole manutenzioni ecc., non possa avere anche aspetti leggeri o addirittura ludici.

Inoltre, nella casa nido, ogni elemento può diventare congeniale al farci stare bene. A seconda delle esigenze di ciascuno, si potrà rivedere l’arredamento, modificare l’utilizzo degli oggetti, curare gli spazi aperti, purché tutto sia finalizzato al nostro benessere e non a soddisfare un’immagine di rappresentanza da rivista patinata, ma a creare un ambiente accogliente, destinato a coccolarci, un luogo da sentire veramente nostro. E dei nostri cari.

Forse, causa Covid ma non solo, stiamo riscoprendo l’immenso valore di cose che possono sembrare piccole e invece sono essenziali, perché riguardano il nostro benessere, il nostro ben vivere. Ovviamente, gli esseri umani non sono fatti per stare in gabbia e hanno bisogno di socialità come dell’aria che respirano, quindi, come sempre, si tratta di trovare un equilibrio tra il dentro e il fuori, ma stare bene a casa propria significa essere soddisfatti di ciò che si ha e di ciò che si è, un buon segno di salute mentale per tutti.

Del resto, “Casa dolce casa” è un vecchio adagio molto noto, pare fosse originariamente il titolo di una canzone popolare inserita in un’opera teatrale, negli Stati Uniti del diciannovesimo secolo. Da allora non è mai passato di moda ed è entrato a far parte della cultura pop, diventando, di volta in volta, titolo di film, marchio di piastrelle, nome di empori dedicati ai casalinghi, breve motto di benvenuto sugli stuoini della porta d’ingresso.

Casa dolce casa, solitamente, lo si dice quando a lungo si è stati lontani, in viaggio, in vacanza, per lavoro, a significare che fuori possono esserci mille attrazioni, mille scoperte, mille interessi, ma come ci si sente a casa propria, non ci si sente in nessun altro luogo del mondo. Dipende solo da noi fare in modo che sia davvero così.

Restiamo in casa l’amore è anche fatto di niente
Prendo il telefono e infine compro i coltelli
Come rubini incastrati quassù al terzo piano
Ma quanta luce i tuoi occhi
Sento tremare i ginocchi

(Restiamo in casa – Colapesce)