L’educazione perduta


Rapporto tra educazione e società: quando il mondo adulto fallisce

Quando scrivo dell’educazione perduta, non mi riferisco al dire buongiorno e buonasera, al saper stare a tavola, a non passarti sui piedi col monopattino, tutte piccolezze che pure non guasterebbero.

Non mi riferisco nemmeno alla povertà educativa in senso stretto, intesa come privazione della possibilità di apprendere, sperimentare e sviluppare capacità, talenti e aspirazioni, che pure è un tema che incide in modo determinante sul futuro delle giovani generazioni.

Mi riferisco invece a una situazione più grave e pervasiva, che riguarda la società nel suo insieme, e che fa da sfondo ai drammatici fatti di cronaca, con protagonisti giovanissimi, che hanno funestato le ultime settimane e non solo, suscitando reazioni indignate e preoccupate nell’opinione pubblica e nelle istituzioni. Mi riferisco agli stupri, alle risse, alle baby gang, alla violenza, all’abuso di alcol e sostanze, alla microcriminalità, al bullismo, ma anche ai tentativi di suicidio, alle challenge online, al ritiro sociale, all’abbandono scolastico.

Le risposte della politica, sull’onda emotiva dei fatti più gravi, sono regolarmente pessime e di corto respiro, inutile ricerca di consenso. E se qualcuno pensa davvero che, davanti a questa deriva, possano funzionare il daspo urbano, l’inasprimento delle pene per i minori o anche la revisione del voto di condotta, non fa che rendere evidente come mai siamo arrivati fin qui. Quando la repressione sembra l’unica possibilità, significa che come adulti abbiamo fallito e ci rifiutiamo di prenderne atto.

Il primo passo è riconoscere il problema

Come ormai accade in ogni discorso pubblico, tutto viene semplificato, polarizzato e ridotto all’osso e così, dato che abbiamo un governo di destra, le misure proposte saranno appoggiate da chi pretende risposte muscolari e interventi sanzionatori, mentre le voci che si alzeranno a dire che no, la via della sola repressione non servirà a niente, perché non è così che si affronta il problema, saranno tacciate del solito buonismo di sinistra. Seguirà scambio di insulti e invettive da una parte e dall’altra, poi si passerà a un altro argomento e tutto resterà come prima.

Occorre invece che l’interesse non si spenga, ma, al contrario, si amplifichi e finalmente si prenda atto della situazione di disagio giovanile che ci circonda: non da ora e nemmeno dal Covid, come qualcuno sostiene con atteggiamento, a mio avviso, consolatorio. Certo la pandemia non ha aiutato, ma la cosa era seria da prima.

Come per tutte le piaghe sociali, il punto di partenza è prendere atto della situazione, non chiamarsi fuori, non dare la colpa agli altri, non illudersi che “non può accadere a noi”. Non raccontiamoci che non c’entriamo, perché è la collettività tutta che deve interrogarsi su quello che sta succedendo ai ragazzi. E non possiamo confortarci dicendo che riguarda le periferie, che si tratta di giovani disagiati, magari stranieri, perché sono storielle consolatorie, utili solo ad additare il male fuori da noi. Infine, anche se il confronto con altri paesi evidenzia un quadro italiano non così drammatico in materia di violenza minorile, non possiamo permetterci di rilassarci, non fosse altro perché questi fenomeni hanno il vizio di peggiorare, se non intercettati per tempo.

L’educazione come fattore di sviluppo della società

Da diversi anni si parla di “povertà educativa”, ovvero l’impossibilità di accedere a risorse economiche, cognitive e culturali per la promozione del proprio sviluppo individuale, concetto noto soprattutto agli addetti ai lavori e connesso alla povertà economica, quale indice del ciclo vizioso della povertà stessa, che si perpetua di generazione in generazione, se non intervengono fattori esterni di mutamento.

Questo fenomeno impatta, a medio termine, sullo sviluppo e sulle opportunità di inserimento lavorativo dei giovani, generando un caso correlato, quello dei NEET, (Not in Education, Employment or Training), ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non cercano un’occupazione, e di cui l’Italia detiene il triste record, rispetto a tutti gli altri Stati dell’Unione Europea.

Alla povertà educativa minorile, coi fenomeni sopra descritti, si aggiunge tuttavia un’altra carenza, meno legata ai fattori economici, e più a quelli culturali, meno facilmente identificabile perché meno socialmente connotata, ma più pervasiva perché connessa, per semplificare al massimo, all’incomprensione diffusa del rapporto fra educazione e società e allo svilimento del ruolo dell’educazione come fattore di sviluppo e protezione del benessere sociale di una comunità.

Il disconoscimento della funzione dell’educazione in una collettività, si traduce, da un lato, nella squalificazione del sistema scolastico e nella sfiducia nei suoi professionisti, e, più in generale, nella sottovalutazione della portata sociale del fenomeno, che coinvolge la società intera e il suo futuro.

Se l’educazione è il processo attraverso il quale vengono trasmessi ai più giovani gli abiti culturali di un gruppo, (Treccani, per la definizione completa clicca qui), ne consegue che non esiste esperienza educativa che non presupponga, anche implicitamente, una particolare visione del mondo, dell’uomo e della storia; perciò l’educazione, anche quella quotidiana che viene agita all’interno delle nostre case, è in realtà un fenomeno culturale di grande portata, che interroga direttamente la responsabilità degli adulti. Qual è la visione del mondo, dell’uomo e della storia che stiamo trasmettendo? E quanto siamo consapevoli di incidere, con questo nostro retaggio, sulle giovani vite che crescono vicino a noi?

In passato, la società era più rigida e statica e l’educazione tradizionale poteva contare su punti di riferimento relativamente stabili e accettati, almeno in famiglia. Nel rapporto fra educazione e società, la piaga più diffusa era quella dell’analfabetismo e di una scuola elitaria, a cui pochi avevano accesso; a partire dal dopoguerra, la povertà educativa in Italia cominciò a essere oggetto di un dibattito pubblico, che portò a una scuola più inclusiva e più democratica.

La società di oggi è molto differente: complessa come mai in passato e in continuo, rapido cambiamento, richiede una flessibilità che, su questi temi, non può tradursi in disimpegno, perché il disorientamento degli adulti si riflette inevitabilmente anche sui più giovani. Il punto di partenza deve essere la presa di coscienza, a livello individuale, collettivo e istituzionale, della centralità della questione educativa, intesa come fenomeno sociale, nel rapporto fra educazione e società.

È necessario un dibattito pubblico sul rapporto tra educazione e società

L’educazione non è un fatto privato, ma sociale. Esiste una scienza che si chiama pedagogia, termine che significa, in greco, conduzione, accompagnamento del bambino. È una cenerentola, come tutte le scienze sociali, che sono denominate scienze, ma, in realtà, non sono percepite come tali dal sentire comune, il che è un grave errore. Stritolata fra la più aulica filosofia, di cui è originariamente una costola, e la psicologia, verso la quale è diffusa nelle persone una fiducia quasi mistica, la pedagogia ha pure la sventura di essere studiata e praticata per la maggior parte da donne, anche se, in questo come in altri ambiti culturali, i nomi più noti sono in maggioranza nomi maschili, con qualche eccezione, per la verità.

Le scienze sociali non godono di grande riconoscimento in Italia; molti credono che chiunque abbia avuto figli ne sappia quanto un pedagogista o che, per fare l’assistente sociale, sia sufficiente un po’ di buon senso e magari un’inclinazione personale verso gli altri; la modesta stima di cui godono le scienze sociali dipende, a mio avviso, dal loro versante pratico, che, nella mentalità comune, ne esaurirebbe la sostanza, come se l’interesse per la società e la sua cura non richiedessero, a monte, un sistema di pensiero.

L’idea che della società sia necessario prendersi cura e che esista uno stretto rapporto fra educazione e società, è poco diffusa in una realtà individualista qual è la nostra, come dimostra l’illusione di poter fronteggiare la violenza minorile attraverso la sola repressione, che certamente non funzionerà. Più polizia e pene più severe possono rassicurare sul momento, ma, alla lunga, non risolvono; occorre andare a monte e cercare d’intervenire in via preventiva; ed è qui che deve essere recuperato il profilo educativo non solo della famiglia e della scuola, ma della comunità tutta che, come si diceva qualche decennio fa, dovrebbe farsi “educante”.

Va detto, peraltro, che la domanda popolare di sicurezza pubblica è più emotiva che razionale e rientra nel diffuso costume di pretendere facili soluzioni dall’esterno, laddove invece sarebbe necessaria un’assunzione di responsabilità, individuale e collettiva. A ciò si aggiunga che eventuali interventi particolarmente incisivi, sul versante repressivo, ma ritengo anche su quello preventivo, potrebbero incontrare seri ostacoli nelle diffuse istanze libertarie (in senso individualistico) dell’attuale cultura, e nell’indisponibilità di molti a sacrificare alcunché al bene comune, o addirittura a riconoscerne la priorità, come la vicenda Covid ha ampiamente dimostrato.

È su questo terreno difficile che sarebbe tempo di avviare un serio dibattito pubblico, sul rapporto fra educazione e società, su come volgerlo al positivo e su come prendersene cura, a livello individuale e collettivo; immaginare la società del futuro non dovrebbe essere il primario compito della politica? Come ebbe a dire Sir Winston Churchill, “Il politico diventa uomo di stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni.” E forse anche la donna.