Senza storie non siamo niente


“Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo.” (Gianni Rodari)

Le persone non leggono più, lo dicono tutte le statistiche, gli uomini meno delle donne. Non solo non leggono libri, ma non leggono nemmeno giornali e riviste, non leggono le comunicazioni burocratiche che ricevono a casa o che trovano in rete, e neppure i post sui social network se sono troppo lunghi. Persino le istruzioni per l’uso di un qualsiasi apparecchio sono preferibili in forma di tutorial audio o video, piuttosto che scritte.

Sembra che la parola scritta evochi una fatica, un impegno che non si è disposti ad affrontare nemmeno per ragioni utilitaristiche, figurarsi per diletto. L’attenzione da dedicare a un singolo contenuto è quella di un criceto, pochi secondi e poi ci si rivolge ad altro.

Non per essere drammatici, ma la scarsa propensione alla lettura, coltivata da piccoli e fino all’età adulta, comporta una generale inconsapevolezza su qualsiasi tema e rende le persone manipolabili e indifese, prive di pensiero critico, mettendo in pericolo la stessa democrazia.

La mancanza di lettura provoca inoltre l’impoverimento del linguaggio, l’incapacità di padroneggiare correttamente la lingua madre, la dilagante difficoltà di comprendere il significato di un testo scritto anche semplice.

E purtroppo non è tutto. Gli esseri umani hanno vocazione simbolica; significa che da sempre hanno creato apparati simbolici, come gli alfabeti, le immagini e i linguaggi, non solo per comunicare ma anche per pensare, creare rappresentazioni del mondo e di sé, costruire pensiero e conoscenza.

Leggere stimola il cervello a tutte le età e le neuroscienze hanno dimostrato che la lettura consente una vera e propria immedesimazione in ciò che si legge, il che permette di estendere la nostra esperienza reale alle vicende che leggiamo, ampliando così i nostri orizzonti, imparando a riconoscere le emozioni nostre e quelle altrui, sviluppando la capacità di immaginare.

Non leggere significa perdere tutto questo.

Gli esseri umani sono dotati di pensiero narrativo, ovvero costruiamo storie per spiegarci fatti, fenomeni, situazioni che accadono nella realtà o sentimenti ed emozioni che proviamo.

“Tra noi e ‘le cose come sono’ c’è sempre un filtro creativo…, il filtro creativo tra noi e il mondo, è presente sempre e comunque. Ciò equivale a essere creatura e insieme creatore. E questo il poeta lo sa molto meglio del biologo”. (Gregory Bateson)

Raccontare e ricevere i racconti degli altri è molto più di un modo per passare il tempo, è sostanza della storia dell’umanità, è costruzione di legami sociali e di realtà condivise, è esercizio del pensiero e creazione di conoscenza, perché senza storie non siamo niente.

“[….] il racconto è presente nel mito, le leggende, le favole, la novella, l’epopea, la storia, la tragedia, il dramma, la commedia, la pantomima, il quadro [….], le vetrate, il cinema, i fumetti, i fatti di cronaca, la conversazione, ed inoltre sotto queste forme quasi infinite, il racconto è presente in tutti i luoghi, in tutte le società: il racconto comincia con la storia stessa dell’umanità; non esiste, non è mai esistito in alcun luogo un popolo senza racconti; [….] il racconto si fa gioco della buona e della cattiva letteratura: internazionale, trans-storico, trans-culturale, il racconto è come la vita”. (Roland Barthes in “L’analisi del racconto” AA.VV.).

«Quando leggete a mente,» diceva la spettacolare maestra che mi è toccata in sorte da piccola e alla quale devo molto, «dovete farlo bene, con la punteggiatura giusta, le pause, il tono, come se aveste un pubblico, e intanto create con la fantasia il vostro film, cioè imparate a vedere con l’immaginazione la scena che state leggendo.» Provare per credere: è meglio del cinema.

Anche un film o una serie TV sono racconti, è vero, ma noi ne fruiamo in modo passivo, come di immagini che vengono dall’esterno, senza visualizzare, ma semplicemente godendo del risultato dell’immaginazione altrui, qualora ne valga la pena per la qualità del prodotto, o, purtroppo più facilmente, subendone distrattamente la banalità. In ogni caso, la nostra immaginazione resta spenta.

Alla lunga, senza allenamento, la capacità di immaginare si atrofizza e l’immaginazione non è il rifugio un po’ infantile di chi sogna a occhi aperti, ma è “facoltà di formare le immagini, di elaborarle, svilupparle e anche deformarle, presentandosi in ogni caso come potenza creatrice” (Treccani). È la capacità di anticipare col pensiero o di elaborare un’esperienza sensoriale, di creare e accostare con libertà immagini e pensieri.

Se l’immaginazione si affievolisce, le idee cominciano a scarseggiare e sono inconsapevolmente sostituite dai luoghi comuni da cui siamo bombardati; perdiamo individualità e originalità, lo spirito critico si indebolisce, ci omologhiamo al ribasso, la nostra creatività si spegne.

Naturalmente, non è solo la lettura a tenere viva l’immaginazione; aiuta stare in mezzo alla natura, frequentare le persone che si amano, imparare a respirare. Ma “leggere libri è il gioco più bello che l’umanità abbia inventato.” (Wisława Szymborska). Perché smettere?


“In libreria con l’opera di Proust
non ti danno un telecomando,
non puoi cambiare
sulla partita di calcio
o sul telequiz con in premio una Volvo.
Viviamo più a lungo,
ma con minor esattezza
e con frasi più brevi.
Viaggiamo più veloci, più spesso, più lontano
e torniamo con foto invece di ricordi.
Qui sono io con uno.
Là, credo, è il mio ex.
Qui sono tutti nudi,
quindi di certo in spiaggia.
Sette volumi – pietà.
Non si potrebbe riassumerli, abbreviarli
o meglio ancora mostrarli in immagini?
Una volta hanno trasmesso un serial, La bambola,
ma per mia cognata è di un altro che inizia con la P.
E poi tra parentesi, chi mai era costui.
Scriveva, dicono, a letto, per interi anni.
Un foglio dopo l’altro,
a velocità ridotta.
Noi invece andiamo in quinta
e – toccando ferro – stiamo bene.

(Del non leggere – Wisława Szymborska)