Ne “Il codice dell’anima”, di James Hillman, psicoanalista junghiano, saggista e filosofo statunitense, si racconta come ogni anima sia segnata da un codice che ne informa il carattere, la vocazione e il destino. L’autore si rifà al mito escatologico di Er, tratto dai dialoghi di Platone, in cui si racconta la metempsicosi delle anime che, a ogni incarnazione, ricevono dalle Moire ciascuna il proprio daimon, il genio tutelare, un compagno segreto che guiderà l’anima nel cammino terreno, e ne costituisce l’inclinazione e il destino.
Sulla base del mito, Hillman, allievo di Carl Jung, elabora la celebre teoria della ghianda: come una ghianda contiene in sé l’essenza di una quercia, così ogni individuo nasce con una predisposizione unica, un “daimon” o “immagine innata”, che costituisce la nostra essenza e rappresenta il nostro scopo sulla terra.
La teoria della ghianda sostiene perciò che ognuno ha una vocazione specifica, un talento innato che lo spinge a fare ciò che è più adatto a lui, mentre l’ambiente e l’esperienza influenzano il destino del singolo, ma non sono fattori determinanti, in quanto l’enfasi è tutta sulla realizzazione del potenziale interiore di ogni individuo.
Hillman passa in rassegna una serie di personaggi famosi e ne analizza le vite, interpretandole attraverso la teoria della ghianda, fino alla tragica apoteosi e caduta di Hitler, a cui il daimon ha assegnato il destino di criminale dei tempi moderni, e che oggi, se l’autore potesse riprendere la sua rassegna, potrebbe trovarsi davvero in buona compagnia.
Ma se il daimon è portatore di un’inclinazione malvagia, come può l’uomo sottrarsi al male che è nel suo destino? Autoconsapevolezza e spirito critico sono i rimedi che Hillman propone contro la natura del “cattivo seme”, rispolverando il “conosci te stesso” socratico, percorso di autocoscienza che solo può portare l’uomo a comprendere la propria interiorità, i propri talenti e propri bisogni.
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