Il commiato


Prima ancora di aprire gli occhi, se lo ricorda. E il pensiero gli invade la coscienza offuscandola, come l’inchiostro che la seppia sparge in acqua, quando cerca di nascondersi dai predatori. Ed è proprio così che si sente, attraversato da una paura istintiva, e, subito dopo, ridicolo e sciocco. Si gira sul fianco, il viso verso il comodino: la sveglia segna le sei passate da poco e la luce, là fuori, è ancora grigiastra.

È stato avvertito da tempo, è inutile rimuginarci su. In fondo è una fortuna averlo saputo in anticipo, si ripete, ma non è tanto sicuro che sia vero. Quelle ultime settimane sono trascorse come sospese, senza un’idea precisa, senza una strategia. Sospira e si gira supino. Non è qualcosa a cui ci si può preparare davvero, d’altra parte, combattere gli avrebbe solo fatto perdere tempo, tempo che non ha più, perché oggi è il suo ultimo giorno di vita.

Appena saputo, un mese prima, si è sottoposto a infiniti controlli medici, risultando sano come un ragazzino, nonostante qualche bicchiere e qualche sigaretta di troppo; comunque di malattia non sarebbe morto, almeno non così presto. Di vecchiaia nemmeno, dato che ha poco più di quarant’anni. Ma tutto questo non l’ha confortato, al contrario. Ora sa che si tratterà di morte accidentale, quella che gli fa più paura, perché arriva all’improvviso, come un pazzo che passa col rosso o l’ascensore che precipita dall’undicesimo piano dove ha sede il suo ufficio. Anche per questo, in fondo, ha chiesto per oggi un giorno di ferie.

Gira lo sguardo intorno e il filo di luce che entra dalla finestra gli permette di distinguere i contorni dei vecchi mobili di legno scuro, che sono stati di sua madre e che, per pigrizia, non ha sostituito dopo che lei se n’è andata. Della casa non gli è mai importato nulla, anche se potrebbe permettersi arredi moderni e su misura. Ecco cosa farà stamattina, pensa, comprerà mobili e tappeti e lampade, e trasformerà finalmente questo vecchio appartamento nella sua reggia, anche se per un giorno solo.

Gli sovviene però che sarebbe tempo perso: i mobili nuovi potrebbe soltanto ordinarli, ma chissà quando verrebbero consegnati e lui, tutto quel tempo, non ce l’ha più. Niente reggia, niente mobili. Potrebbe prendersi una bella macchina sportiva, ma bisognerebbe trovare un modello in pronta consegna, e poi? Cosa farebbe? Una gita al mare? No, non lo convince. Un abito, ecco l’idea, un bell’abito nuovo, elegante, costoso, firmato, come se dovesse andare a una cerimonia importante.

La verità è che non è riuscito a programmare il suo commiato; ci ha provato, certo che ci ha provato, e a lungo, seriamente, ma non è stato capace di immaginare niente che valesse il suo ultimo giorno, niente che potesse aiutarlo a separarsi dalla vita, una vita che non gli pare di avere mai amato davvero e che, pure, adesso, gli secca molto di dover abbandonare.

Si concentra sull’abito nuovo. Getta via il lenzuolo e si alza, ma il momento di entusiasmo è già evaporato. Anche l’abito non gli interessa. Pensieroso si infila in bagno, si sbarba, si pettina, si veste. Alle otto è al bar sotto casa e fa colazione con cornetto e caffè. Ecco una piccola cosa che gli mancherà, pensa mentre si gusta il dolce in bocca, poi si dà dello scemo: non gli mancherà affatto perché non sta partendo per un viaggio chissà dove, semplicemente non ci sarà più; non funzioneranno più i suoi cinque sensi che gli danno la consapevolezza di essere vivo e perciò sarà morto. Chiede al barista un altro cornetto.

Sono le sue ultime ore in questo mondo, non può sprecarle, deve fare le cose importanti, si dice; ma quali sono? Se l’è già chiesto un mucchio di volte, ma non sa rispondere. E se invece facesse quello che non ha mai fatto? Come provare un berretto con la visiera al supermercato e uscire senza pagarlo, per esempio; ma non gli serve un berretto e, se lo scoprissero, passerebbe gran parte della sua ultima mattina sulla terra a convincere gli uomini della sicurezza della sua innocenza. E se abbordasse quella ragazza bionda che sta passando veloce sul marciapiede opposto? È molto bella e trascina una borsa che sembra pesante, forse farebbe volentieri una sosta.

Ma lui non è così, non taccheggia per gioco nei supermercati e non molesta le sconosciute per strada, perché dovrebbe cominciare adesso?  Quello che vuole, si dice, è accomiatarsi, prendere le distanze da questa vita che deve lasciare. Per una volta vorrebbe fare la cosa giusta, ma non sa qual è. Cammina senza meta, annusando l’aria del mattino, che si è fatta chiara e tersa. Ieri, quando ha salutato i colleghi d’ufficio, non la finiva più, tanto che qualcuno lo ha pure preso in giro: mica vai in crociera, è solo un giorno di ferie. Già.

Stessa cosa, in serata, con gli amici dell’aperitivo nel solito locale. Gli è venuta addosso una tristezza che sembrava una coperta pesante, non sapeva se era peggio pensare di non vederli più, o accorgersi di quanto poco, in fondo, gli importasse di loro. Con una scusa se n’è andato presto e, prima di rincasare, si è fermato in palestra; senza voglia ha cominciato a esercitarsi con i pesi, ma non era l’orario abituale e non c’erano le facce note con cui di solito condivide lo spogliatoio. Che poi, condividere, cosa vuol dire esattamente non lo sa neanche lui. Si è sentito a disagio, è rincasato con un senso di sollievo.

La serata è finita con gli avanzi del frigo davanti alla TV, fare la spesa gli era sembrato uno spreco, che pensiero cretino. C’era una partita di calcio, ma, come sempre, si è addormentato sul divano, con un senso di insoddisfazione più ingombrante del sonno. Solo a notte fonda si è infilato nel letto, con gli occhi chiusi per non svegliarsi del tutto.

Marina. Dovrebbe vedere Marina e parlarle, pensa. Davvero, dovrebbe farlo prima di andarsene per sempre. Ma non sa come muoversi. A quest’ora è certamente al lavoro e non può disturbarla, sempre ammesso che non sia partita per uno dei suoi viaggi in capo al mondo. E poi, cosa potrebbe dirle? Oggi è il mio ultimo giorno di vita e sono venuto a dirti che mi dispiace, che non doveva andare così, che ho detto cose che non ho mai pensato? Riapparire così, senza preavviso, dopo quasi due anni? No, è un’idea assurda, lei non capirebbe, lui non se la sente.

D’altra parte, chi si vuole vicino, sul letto di morte? I parenti, gli amici, le persone importanti. E lui, chi vorrebbe? Parenti stretti non ce ne sono più e i meno stretti non li ha mai frequentati. Ci sarebbe sua sorella, è vero, ma non sono mai andati d’accordo, lei così regolare, così saggia, con una vita così dritta e lui, invece, che si è sempre vantato di seguire i suoi sogni, di non volere legami, non si sono mai capiti. Ci sono anche due nipoti, a dire il vero, che ormai fanno le superiori, due ragazzi che non saprebbe riconoscere neppure se li incontrasse, perché, da quando è morta sua madre, non li vede neanche a Natale.

Improvvisamente, gli viene una gran voglia di incontrarli questi nipoti, di salutarli, in fondo sono l’ultima traccia del suo stesso sangue che resterà dopo di lui. L’indirizzo di casa se lo ricorda ancora, a quest’ora saranno a scuola, ma lui aspetterà in macchina che tornino, dato che, intanto, è quasi mezzogiorno. Arriva, parcheggia. Potrebbe suonare il campanello, magari sua sorella è a casa, fa l’insegnante, ha orari diversi tutti i giorni, chissà, potrebbe essere già rincasata, o avere il giorno libero.

E se poi c’è davvero e gli tocca salire? O, peggio, se lei lo scaccia e gli urla dietro al citofono? Non sa decidere. Non ricorda nemmeno quant’è che non la vede. Fuma una sigaretta appoggiato allo sportello dell’auto. Si guarda intorno, in fondo al vialetto c’è un piccolo campo da calcio tutto pelato; se avesse sedici anni e un pallone è qui che si fermerebbe con gli amici al ritorno da scuola. Si immagina di vedere arrivare un gruppetto di ragazzi, ci sono anche i suoi nipoti, si mette a fare due tiri con loro, ha ancora un gran colpo di tacco.

Invece non arriva nessuno. Decide di aspettare, ma l’impazienza lo divora e l’orologio che corre gli dà il tormento. Fuma ancora, poi getta via il mozzicone con un gesto di stizza e si avvia al citofono. È ora di pranzo, dove diavolo sono questi nipoti? Pigia il campanello rabbioso, nessuna risposta. Allora lo pigia di nuovo, e di nuovo, e di nuovo. Niente. Resta lì, di colpo afflosciato come un cencio. Si vede che non era destino.

Sale in auto e mette in moto; pensa che questa ultima preziosa giornata sta scivolando via senza senso, si maledice per non aver programmato tutto per filo e per segno, come si era ripromesso all’inizio; ma poi si era detto che voleva sentirsi libero, per una volta libero da tutto. Che stronzata. Scuote la testa per mandare indietro i pensieri; deve stare concentrato sulla guida, l’incidente potrebbe essere dietro l’angolo.

Arriva in vicinanza del centro, nel parcheggio sotterraneo trova un posto nella prima fila in direzione dell’uscita, un posto ambitissimo e sempre occupato. Lo prende per un buon segno; attiva il pagamento del ticket con l’applicazione del cellulare e intanto ride di sé, di quanto è ligio e rispettoso delle regole. Almeno oggi avrebbe potuto fregarsene e non pagare. Sale le scale ed esce all’aperto, cercherà un buon ristorante.

In verità non ha una gran fame, e poi a quest’ora c’è la pausa pranzo di tutti gli uffici della zona e non ha nessuna intenzione di fare la fila per un antipasto. Certo, avrebbe potuto prenotare, ma non l’ha fatto. Niente pranzo, si dice, piuttosto farà una passeggiata. In fondo al viale principale c’è l’accesso ovest del grande Parco ducale; gli è sempre piaciuto, ci sono alberi immensi, un grande lago, panchine e chioschi. A due passi dal cancello spalancato, un ambulante vende tranci di pizza e panini alla piastra. Compra qualcosa, poi, col cartoccio caldo e la lattina fredda, entra nel parco e cerca un buon posto dove sedersi.

Mentre mastica adagio, pensa che è il momento più bello di quella strana giornata, la sua ultima giornata in questo mondo. Se qualcuno glielo avesse raccontato, non l’avrebbe mai creduto, e invece, quando si era svegliato dopo la notte tormentata del sogno, si era sentito assolutamente sicuro: non era suggestione, la sua, non era impazzito, al contrario, era un privilegiato, era stato avvertito.

Di solito i sogni non se li ricorda, stavolta, invece, chiaro e preciso come se avesse visto un film. C’era sua madre, in piedi, con quel cappotto blu che portava quando era più giovane; gli parlava senza dolcezza, con un tono che non era il suo e lui sapeva, nel sogno, che non era veramente sua madre, ma la morte in persona. «Trenta giorni da oggi» gli aveva detto con voce ferma, «poi verrò a prenderti.» Sullo sfondo, sfumato come le figure di certi quadri, quell’uomo seduto che scuoteva piano la testa, era certamente suo padre, ma più anziano e più curvo di come fosse mai stato in vita.

Sognare i suoi genitori, entrambi morti da un pezzo, era stato increscioso, ma ascoltare la predizione sulla propria fine l’aveva atterrito. Aveva guardato e riguardato il calendario, aveva provato a dimenticare, a lasciar perdere, ma non c’era riuscito. Certo che aveva pensato di parlare con uno psicologo, si capisce, ma poi aveva accantonato l’idea; perché perdere tempo e soldi, lui sapeva cosa aveva sognato, non servivano interpretazioni né altre giravolte mentali: doveva solo decidere se crederci o no. E lui ci credeva.

Finito il panino, si ripulisce le dita sull’incarto macchiato di unto, poi beve a lunghi sorsi dalla lattina e gli esce un gran rutto. Si guarda intorno per vedere se qualcuno può averlo sentito, ma non c’è nessuno. La sigaretta gli dà un piacere quasi carnale e sente il corpo che si rilassa, riscaldato da un raggio di sole già autunnale, ma ancora tiepido. Spenta la cicca, lascia cadere pesantemente la testa sul petto, e chiude gli occhi, ma non è morto: il cuore continua a battere, ignaro di avere le ore contate, e l’aria entra ed esce ritmicamente dai suoi polmoni, come ha fatto sempre, dal suo primo respiro. Sta solo dormendo.

Però deve sembrare proprio morto, perché qualcuno lo scuote e lo chiama a mezza voce: «Signore, signore, si sente male? Mi scusi signore, ha bisogno di qualcosa?» Si sveglia di soprassalto e per un minuscolo istante il terrore gli strizza lo stomaco, non sarà mica morto davvero? Ma capisce subito che non è così e deve essere incappato nell’unica persona gentile di tutta la città. Che però non si fa i fatti suoi.

È una vecchia secca e lunga, con una corona di capelli bianchi e le gambe come due stecchini; è infagottata in un soprabito chiaro, adatto a un corpo più florido del suo e nel volto rugoso risplendono due occhi celesti come il cielo d’estate, che girano intorno senza quietarsi mai. Si siede vicino a lui e, con una voce mite e allegra a un tempo, comincia a parlare.

Racconta del parco dove si trovano, di come ci venisse a passeggiare coi suoi corteggiatori, parla di famiglie d’un tempo, e poi di figli, di nipoti; ma lui non l’ascolta veramente, piuttosto si lascia cullare dalla cantilena della sua voce che, solo ogni tanto, assume un tono vagamente interrogativo. Ma non sono vere domande e non richiedono lo sforzo di una risposta.

È la vecchia ad andarsene per prima, quando l’orologio della torre, in lontananza, batte le quattro. Si alza con qualche fatica, ma, quando è in piedi, svetta con la figura sottile che, in gioventù, dev’essere stata graziosa. Si scusa per le chiacchiere e saluta, con una grazia d’altri tempi, poi si incammina lungo il viottolo sterrato, con passo lento ma sicuro e la schiena dritta.

L’uomo si accorge che, per tutto il tempo in cui la vecchia gli è rimasta seduta accanto, lui non ha detto nemmeno una parola, ha emesso al massimo qualche borbottio, accompagnato magari da una smorfia, mentre lei continuava imperterrita a raccontare, per nulla offesa dal suo mutismo; gli è parsa una cosa gentile e adesso si sente meno ansioso, anche se il pomeriggio sta correndo veloce, portandosi via il suo ultimo giorno.

Riprende l’auto e, procedendo lemme lemme, nel ridicolo tentativo di evitare qualsiasi pericolo e beffare così il destino, si avvia verso casa. Prima di arrivare, però, un improvviso capriccio gli suggerisce una piccola deviazione. Ha gli occhi di un bambino quando, poco dopo, osserva incantato il commesso della pasticceria, che, maneggiando con perizia una pinza per dolci, riempie di pasticcini un vassoio per otto persone.

Con un timido stupore, arriva a casa senza incidenti e, chiudendosi la porta alle spalle, si concede un sospiro di sollievo. Cosa mai potrà capitargli fra quelle quattro mura? Una rapina violenta? A lui che non ha niente da rubare? In quel quartiere così tranquillo? Improbabile. Un incendio? Lo scoppio della caldaia? Quest’ultima ipotesi gli desta un filo di inquietudine e cede all’impulso di aprire lo sportello bianco del bagno per un controllo sommario; l’impianto sonnecchia come un vecchio gatto, con un lieve brontolio di sottofondo: non sembra ci sia motivo di preoccuparsi.

La lunga doccia calda lo rilassa, mentre fuori viene sera. Si guarda a lungo allo specchio, ma è stanco di pensare, di avere paura, di farsi domande senza trovare risposte. Per questo ha comprato i pasticcini, ha bisogno di dolcezza. Sullo scaffale in alto, di fianco al fornello in cucina, c’è parecchia polvere, ma anche quella bottiglia di vino passito che ricordava di aver visto da qualche parte. Accende la TV, ma non ha voglia di guardarla, vuole solo sentirsi meno solo. Si apparecchia il tavolino del salotto, apre l’involto della pasticceria, prende un bicchiere di cristallo dalla credenza.

Come tutte le sere, si sveglia di soprassalto perché si è addormentato sul divano; senza aprire del tutto gli occhi, trova a tentoni il telecomando e spegne il televisore, poi si trascina verso la camera da letto e sfiora il tavolino coi residui della sua cena; sente un saporaccio pesante sulla lingua, deve avere proprio esagerato, col vino e coi dolci, ma dallo stomaco gli sale anche un sorrisetto; pensa che, in fondo, è bastato poco a dargli un poco di consolazione.

Il letto gli sembra un paradiso di lenzuola fresche, anche se al mattino l’ha tirato su malamente, di fretta, come fa sempre. Tiene stretto il sonno coi denti, gli occhi ancora chiusi, ma la luce del quadrante elettronico della sveglia si insinua sotto le palpebre serrate. Quando si gira a guardarla, sul comodino, la sua mente si fa lucida e chiara. Si sente leggero come fosse senza ossa. Manca un quarto alle due, perciò è già domani, il trentunesimo giorno è passato e la morte dev’essersi scordata di lui. Un sonno profondo lo trova sereno, col volto quieto. Finalmente riposa in pace.