L’impronta educativa


Il ruolo educativo dei genitori

L’educazione non è un fatto privato, anche quando avviene in famiglia, ma sociale, perché non esiste esperienza educativa che non presupponga, anche implicitamente, una particolare visione del mondo, dell’uomo e della storia e, come sostiene Carl Gustav Jung ne “L’età matura”, “I bambini vengono educati da quello che gli adulti sono e non dai loro discorsi.” Questo significa che il ruolo educativo dei genitori non solo riveste una responsabilità immediata nei confronti del figlio, ma tale responsabilità si riflette anche verso l’intera comunità.

La pedagogia del Novecento ha segnato un percorso che, per semplicità, potremmo riassumere nel principio di “mettere il bambino al centro”, superando le teorie precedenti, che consideravano l’educando come oggetto delle azioni educative degli adulti, per approdare a teorie, supportate dalle acquisizioni in materia di psicologia dell’età evolutiva e di neuroscienze, che fanno del bambino il soggetto del proprio sviluppo e dei propri apprendimenti, da solo e nell’interazione sociale, con gli adulti in funzione di facilitatori. Ma “mettere il bambino al centro”, da parte dei grandi, è un’assunzione di responsabilità, non l’abdicazione al proprio ruolo. E invece, come spesso accade nel nostro paese, noi, come si dice, abbiamo buttato il bambino con l’acqua sporca. Ed è proprio il caso di dirlo.

La tendenza all’abdicazione rispetto al ruolo educativo da parte dei genitori è, del resto, perfettamente coerente con la diffusa cultura individualista, narcisistica e consumista del nostro tempo, afflitta da un dilagante giovanilismo, da intendersi come divieto assoluto di invecchiare e non come interesse verso i giovani; una cultura in cui i figli sono spesso figli unici e in cui l’impegno produttivo e la soddisfazione di bisogni del tutto voluttuari occupa gran parte della vita degli adulti. Una cultura che associa la parola “responsabilità” a significati spiacevoli di doveri, obblighi e pesi, di cui si farebbe volentieri a meno.

La parola “responsabilità” andrebbe invece rivalutata nel suo significato più alto, che collega l’etimologica capacità di “rispondere” (di qualcosa o di qualcuno) con la consapevolezza di sé e del proprio agire all’interno delle formazioni sociali; la responsabilità connota perciò la vita adulta e la strada della nostra evoluzione come individui, e la traduce nel mondo sociale e politico. Alla responsabilità così intesa va ricondotto il ruolo educativo dei genitori.

La genitorialità oggi

Ma le cose non stanno sempre così. La genitorialità è vissuta oggi soprattutto come completamento dell’immagine di sé, come singolo/a e come coppia. Nessuno vuole davvero diventare grande (e responsabile) e un figlio ti mette davanti implacabilmente al passare del tuo tempo. La scappatoia più semplice consiste nell’evitare per quanto possibile quel ruolo genitoriale che ti categorizza senza possibilità di dubbio, atteggiandosi a complice del figlio, mettendosi alla pari con lui e limitando al massimo il conflitto nel modo più semplice, ovvero dicendo troppo spesso di sì.

Si comincia con l’allattamento a richiesta, che, anziché costituire l’occasione per l’instaurarsi di una relazione in cui madre e figlio imparano a contemperare i reciproci bisogni, liberi dalla rigidità degli orari delle poppate, si traduce spesso nell’automatismo che, a qualsiasi vagito del piccolo, fa seguire l’immediata offerta della suzione, col risultato che il bambino vivrà tutte le ore di veglia appeso al seno materno, introiettando l’insana idea che ogni suo desiderio troverà sempre immediata soddisfazione, mentre la madre, oltre che sentirsi sfinita, coltiverà l’orgoglio di essere l’unica al mondo in grado di rendere felice il figlio, con la discutibile conseguenza che, finito il tempo del latte, lo sostituirà con qualunque cosa il piccolo le chieda.

Molti bambini crescono così immersi in quello che Sigmund Freud ha chiamato il principio del piacere, cioè l’abitudine all’immediata e totale soddisfazione del proprio bisogno o desiderio; gli adulti evitano in questo modo di assumere il faticoso ruolo educativo di accompagnare i figli alla scoperta del più prosaico principio di realtà, che consiste nell’accettare che non possiamo avere sempre tutto e subito, e che crescere significa anche trarre piacere dall’esplorazione di strade alternative e diverse e imparare a posticipare i propri desideri, nutrendoli di speranza e di attesa.

Ma il problema più diffuso, nell’educazione in famiglia, è sul versante delle regole, che per i piccoli sono necessarie e rassicuranti, ma per i grandi sono faticose; così, in nome di una presunta libertà di espressione, si crescono bambini che non conoscono limiti, che non hanno orari, che non rispettano niente e nessuno e, quando la situazione diventa ingovernabile, interviene il regime del comando e della proibizione, mutevole in base all’umore dell’adulto, modello autoritario e perciò fallimentare dal punto di vista educativo, oltre che intrinsecamente fragile.

Infine, è comune la precoce adultizzazione del bambino da parte dei genitori: spesso giustificandosi con la sua presunta grande intelligenza o con la sua forza di volontà descritta come invincibile (?), i genitori tendono a trattare il piccolo alla pari, attribuendogli troppo presto un potere decisionale e una capacità di comprensione non corrispondenti alla sua reale maturità, generando così ansia nel bambino, che, nell’azione degli adulti, deve invece sperimentare quel senso di protezione che lo aiuterà a sviluppare un’autonomia coerente coi suoi tempi di crescita. L’adultizzazione deresponsabilizza i genitori rispetto al loro ruolo educativo e smantella i sani limiti che, all’interno della famiglia, dovrebbero separare i livelli generazionali.

La relazione educativa

Il riconoscimento e il rispetto del bambino come persona e la sua centralità nel processo educativo non escludono, ma, al contrario, rafforzano la asimmetria della relazione educativa tra genitori e figli, che non riguarda una differenza di potere, ma si manifesta nelle aree della consapevolezza e della responsabilità; è qui che si gioca il ruolo educativo dei genitori, che consiste nell’accompagnare il percorso di crescita del figlio, favorendo lo sviluppo della sua autonomia e della sua socializzazione.

La consapevolezza richiede la conoscenza e l’intenzionalità dell’agire educativo nei confronti del bambino e la responsabilità consiste nell’assunzione del ruolo genitoriale, da esercitarsi con amore e autorevolezza. L’educazione è un processo complesso che interessa la dimensione affettiva ed emotiva; è un incontro e un intreccio fra personalità che il bambino sperimenta innanzitutto con i genitori e il cui segno porterà con sé nei rapporti adulti. L’esito non è mai scontato. L’educazione è una relazione e, come in tutte le relazioni, azioni e reazioni si succedono in modo circolare, incidendo su tutti i soggetti coinvolti, in un continuo mutamento.

Il compito educativo richiede indubbiamente tempo ed energie. Esattamente ciò che i grandi spesso non hanno. Viviamo in una difficile fase di trasformazione del mondo produttivo: il lavoro, se ce l’hai ti risucchia, se non ce l’hai ti angoscia, la conciliazione dei tempi è una chimera, come sanno benissimo tutti i genitori, essere stanchi è normale. Se il tempo è poco, facilmente nei confronti del figlio prevalgono gli atteggiamenti operativi: somministrare il nutrimento, vegliare il sonno e, più avanti, controllare i compiti o accompagnarlo a nuoto.

Educare però, non è soltanto “fare per”, che pure è necessario, ma, possibilmente, è “stare con”; insomma esserci, passare tempo col piccolo, donargli presenza e attenzione, anche quando piccolo non sarà più, perché si cresce, si impara e si evolve nell’interazione sociale, coi genitori prima di tutto e poi coi coetanei e il resto del mondo. Tutto ciò che può impoverire le relazioni sociali e la comunicazione interpersonale, costituendo un precoce stimolo all’isolamento, come l’uso smodato della TV, dei social e della rete, andrebbe evitato o almeno regolamentato. Positivi sono invece i servizi educativi, in cui il bambino è stimolato e si apre alla vita collettiva.

L’esito della relazione educativa, l’abbiamo detto, non è mai scontato e, in adolescenza, il ruolo educativo dei genitori si farà ancora più impervio. Molto apparirà inaspettato, tutto risulterà amplificato; la comunicazione, se scarseggiava nell’infanzia, potrà scomparire del tutto, l’isolamento si farà spesso abitudine; se il principio di realtà è stato poco frequentato nei primi anni, le frustrazioni nel rapporto coi pari e nell’impatto col mondo adulto potranno diventare intollerabili. Con la sofferenza e la rabbia che possono seguire. A questo contesto di base, si potranno aggiungere i possibili fatti della vita di una famiglia: problemi economici, o di salute, una separazione, la nascita di un fratello, difficoltà scolastiche, un lutto. E l’adolescenza può trasformarsi in una polveriera.

Per i genitori non esiste garanzia di riuscita, ma qualche punto fermo l’abbiamo. È all’inizio che si piantano i semi, è lì che si lascia l’impronta educativa, a quanto pare nei primi tre anni di vita o mille giorni che suona più poetico. Nessun genitore può sapere con certezza che, pur avendo seminato nel migliore dei modi, i frutti saranno soddisfacenti: i figli sono persone e, come diventano, lo decidono loro. Perciò, per l’adulto, educare significa anche tollerare l’incertezza e mettere in conto di dover a sua volta imparare, procedendo, giorno per giorno, insieme al bambino e poi al ragazzo, in un’esperienza che farà crescere entrambi. Perché l’educazione, per citare John Dewey, non è preparazione alla vita, ma è la vita stessa.

Nota: ho parlato del figlio sempre al maschile: non è una scelta reazionaria, ma solo comodità di scrittura; tutto quanto detto ha chiaramente valore senza differenze di genere.