La malnata


Quando un libro diventa un fenomeno editoriale ancor prima di essere pubblicato, lo ammetto, vengo colta dal pregiudizio. Negativo. Ma anche dalla curiosità, quindi ho già letto il caso letterario dell’anno, ovvero “La Malnata”, romanzo di esordio di Beatrice Salvioni, edito nel mese di marzo da Einaudi, uscito in contemporanea in diversi paesi europei, in corso di traduzione in trentadue lingue e in procinto di diventare una serie TV.

La storia si svolge a Monza, nel 1936 e ha inizio sulla riva del Lambro, dove due ragazzine cercano di nascondere il cadavere di un giovane uomo che ha appuntata sulla camicia una spilla con il fascio e il tricolore. Sono sconvolte e semisvestite. È Francesca a raccontare in prima persona i fatti che le hanno condotte fin lì; Francesca è “un cardellino in una trappola dorata”, come dice la stessa autrice nell’intervista pubblicata da Maremosso Magazine di Feltrinelli. Dodicenne perbene di famiglia borghese, viene educata a stare composta e zitta, come si addice a una signorina, da una madre conformista e ipocrita, succube del giudizio sociale e generosa delle sue grazie in favore di un uomo di potere, maschio fascista, utile per l’ascesa della famiglia; il padre è debole e assente, rassegnato alle corna e all’ingranaggio socio-economico della dittatura.

Maddalena, al contrario, è una marginale, sia per le origini povere della famiglia, sia per la cattiva fama di menagramo che la circonda; fa tutto ciò che una ragazzina non dovrebbe fare: gioca assieme ai maschi nel fiume, con i piedi nudi e la gonna sollevata, le gambe graffiate e sporche di fango; ruba, sfida gli adulti che la chiamano Malnata e non china mai la testa. Francesca è stregata da quella sua aria decisa, l’aria di una che non ha paura di niente, mentre lei ha paura di tutto, e stregati sono anche gli amici maschi, che da lei si lasciano addirittura comandare. L’amicizia fra le due ragazzine sarà per entrambe un’esperienza di crescita personale: Francesca scoprirà la possibilità di non tacere e il potere della sua parola; Maddalena sperimenterà un legame affettivo autentico, fatto di riconoscimento reciproco e sincera solidarietà.

La prima riflessione che mi viene è un certo positivo stupore; in un panorama editoriale che privilegia gialli, noir, fantasy, romance e graphic novel, che sono i generi più pubblicati e più venduti secondo tutte le statistiche, stupisce che sia preceduto da tale clamore un libro come questo, che può definirsi romanzo di formazione e che affronta ed evoca temi serissimi, in primo luogo la condizione femminile, della quale l’autrice ha dichiarato in più occasioni di volersi occupare con la sua scrittura. Ben venga, dal mio punto di vista, però mi meraviglia.

La seconda riflessione è la brevità della sinossi che sono riuscita a scrivere che, al netto della necessità di evitare lo spiacevole effetto spoiler e della mia personale scarsa attitudine al riassunto, è dovuto alla reale limitatezza della trama; l’ossatura del romanzo, infatti, non sta tanto nello svolgersi dei fatti salienti, quelli che guidano il lettore dalla prima all’ultima pagina, quanto nel racconto della quotidianità delle due protagoniste, nella quale si sviluppa la loro amicizia, che è la vera protagonista della storia.

Questo aspetto da un lato rappresenta un pregio, per l’indubbia capacità dell’autrice di tratteggiare magistralmente la Malnata e l’amica e, attraverso di loro, di approfondire e dare peso, con gli occhi dell’infanzia, ai giochi, alle sfide e alle prove di coraggio che costituiscono il contesto in cui le due ragazzine si misurano, si conoscono, imparano a fidarsi l’una dell’altra; d’altro lato, può rappresentare un limite per chi preferisce trame più fitte di eventi.

A mio avviso, questa caratteristica del romanzo consente alla vicenda di uscire dal tempo e dal luogo in cui è ambientata per assumere, nella sua essenza, un significato archetipico, legato da un lato al tema dell’adolescenza, il tempo della formazione dell’identità adulta, della ricerca di modelli extrafamiliari, della ribellione e della costruzione di sé; e, dall’altro, legato al tema della condizione femminile, alla subalternità della donna e alla sua funzionalità al sistema di potere degli uomini.

Coerentemente, la rievocazione storica del periodo non è mai in primo piano, quasi non si volesse connotare eccessivamente l’ambientazione, essendo la vicenda narrata, nella sua sostanza, trasferibile a qualunque tempo e luogo, o forse per evitare che il tema della mancanza di libertà e della violenza della dittatura prenda il sopravvento rispetto allo specifico della situazione femminile.

Maddalena e Francesca ricordano da vicino Lila e Lenù, le protagoniste de “L’amica geniale” di Elena Ferrante; la prima è, appunto, geniale, ma socialmente irregolare e perciò affascinante, trasgressiva e sofferente perché rifiutata; la seconda è socialmente adeguata e di indole dipendente, ma è intelligente e inquieta e ammira nell’amica il coraggio e la libertà che le sembra di non possedere.

Sappiamo che Maddalena e Francesca, nel tratto di strada percorso insieme, sapranno contaminarsi e crescere; quello che non sappiamo è in che modo la vicenda del cadavere narrata nelle prime pagine, che rappresenta l’inizio e la fine del romanzo, inciderà realmente sulle loro vite; il finale è aperto e tuttavia, a mio parere, un po’ affrettato. Anche qui si dà maggior peso alla scelta di amicizia e coraggio di Francesca, piuttosto che ai fatti, che sono lasciati all’immaginazione del lettore.

La prosa di Salvioni è strutturata e diretta, ricca di suggestioni e molto evocativa, perciò coinvolgente. Personalmente, trovo un po’ splatter certe descrizioni sensoriali legate al corpo e ai suoi umori, sudore, sporcizia, sangue che sgorga, inclusa la prima mestruazione, ma è questione di sensibilità individuale. “Credo che ogni donna, cis o trans, sappia benissimo che portarsi addosso il proprio corpo sia una lotta continua”, afferma l’autrice nell’intervista citata e far parlare il corpo è un modo per rappresentarlo.

Concludendo, la mia curiosità è stata soddisfatta, e auguro alla giovane autrice di continuare a essere ossessionata dalle storie che vuole scrivere, come lei stessa racconta nell’intervista a Maremosso Magazine e di trovare anche in futuro, nella scrittura, passione e ispirazione. Non so se questo successo “a prescindere” le gioverà, perché rivelarsi all’altezza di aspettative molto alte può essere frustrante, ma, intanto, le auguro di goderselo.

Quanto al pregiudizio, quello rimane, ma riguarda il misterioso mondo dell’editoria.