Contro Callimaco, col suo arcinoto μέγα βιβλίον μέγα κακόν, ovvero grande libro, grande male, sono una estimatrice del romanzo mattone che ti accompagna a lungo. Così quest’estate, dopo “Prima di noi” di cui ho già parlato, mi sono immersa in “Menzogna e sortilegio”, sorprendente primo romanzo di Elsa Morante, pubblicato nel 1948, in cui l’autrice trasfigura i ricordi allucinati della sua infanzia, le figure dei genitori, gli incubi di bambina. Elisa, voce narrante, venticinquenne sola al mondo, vive reclusa dopo la morte di Rosaria, la prostituta generosa e ormai benestante, un tempo amante del padre, che l’ha lungamente accolta dopo la morte dei genitori. Alla ricerca della propria identità, Elisa si dedica a scrivere le vicende della sua famiglia, seguendo la discendenza matrilineare: la nonna Cesira, maestra, che, illusa dell’ascesa sociale, ha sposato un nobile spiantato, e la madre Anna, arrogante e gelosa del suo inutile quarto nobiliare, che si infatua morbosamente del ricco cugino, narcisista e spietato, cui inutilmente dedica una vita di rancoroso dolore, umiliando il marito Francesco e ignorando la figlia. Due maledizioni attraversano la vita di tutti i personaggi, quella dell’amore non corrisposto e quella, tirannica, del povero che vuole salire la scala sociale nella dolorosa condizione d’una umanità divisa in classi e, per sopravvivere alla sorte, ciascuno cede alla menzogna, che sembra irretire quelle povere anime in un sortilegio maligno. Romanzo monumentale, intenso e molteplice, in cui Morante, in epoca di neorealismo, in controtendenza scrive del contrasto fra la cronaca quotidiana e i mondi favolosi dell’immaginazione creati dai protagonisti, dentro un impianto narrativo ottocentesco, nel quale manca tuttavia la Storia con la maiuscola, affinché la totale assenza di precisi riferimenti temporali e geografici, concedano alla storia narrata una dimensione epica e immortale. Da leggere, con l’impegno e il rispetto che merita la grande letteratura.
Rileggere un classico

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