Oro puro


Oro puro di Fabio Genovesi è pubblicato da Mondadori nel 2023.

Il protagonista è Nuno, figlio diciassettenne di una prostituta di Palos in Spagna, che, dopo la sua nascita, conoscendo l’arte di leggere e scrivere, si è riciclata come scrivana per i marinai che fanno scalo in città e per i tanti analfabeti che richiedono i suoi servizi. Nuno non sa chi sia suo padre e vive con la madre e la zia, che fa il mestiere, circondato dalle altre ragazze che si vendono al porto.

Dopo la morte prematura della madre, che gli ha insegnato la lettura e la scrittura, il ragazzo, che sarebbe ebreo pur non avendo mai praticato, è travolto dalle persecuzioni scatenate dai Re Cattolici contro chiunque non professi apertamente la loro fede e, nell’intento di salvarsi, si ritrova al porto, schiacciato tra una moltitudine di suoi correligionari in attesa di un imbarco per la fuga che, forse, si concluderà con un eccidio di massa.

Per una serie di fortuite circostanze, viene invece imbarcato, al posto di un mozzo fuggitivo, su una nave pronta a levare l’ancora per una missione misteriosa e forse ugualmente mortale. La nave si chiama Gallega, ma tutti la chiamano Santa Maria e il suo capitano, uno straniero di nome Cristoforo Colombo, la vuol portare, assieme ad altre due caravelle, in una direzione dalla quale mai nessuno ha fatto ritorno: il Catai del Gran Khan o il Cipango dai tetti dorati, ma non aggirando l’Africa, come fanno i portoghesi, bensì attraverso il Mare Oceano che nessuno ha mai attraversato.

Così, per l’inesperto, maldestro e timido Nuno inizia il viaggio della vita, che lo porterà, dopo due incredibili mesi di ansia e paure, alla scoperta di quelle che, più avanti, saranno chiamate le Americhe. Dove conoscerà l’amore per una bellissima indigena, e, durante il viaggio, diverrà lo scrivano di Colombo, potendo osservare da vicino la temibile tempra dell’uomo, che rimane comunque un enigma per lui incomprensibile.

Ho letto da qualche parte che, per scrivere questo libro, l’autore si è imbarcato su una nave cargo e ha attraversato l’oceano Atlantico per ben due volte: dall’Europa all’America e ritorno. Per vedere cosa si prova, ha detto. Non solo: Genovesi ha studiato per anni il viaggio di Cristoforo Colombo e, leggendone i diari, sembra si sia imbattuto in un giovane mozzo che combina un piccolo guaio a bordo della Santa Maria. Un mozzo che riempirà le pagine di Oro puro divenendone il protagonista.

Oro Puro è un romanzo storico e di formazione, due generi che mi attirano sempre; è la storia di un giovane che impara a conoscere la vita affrontando da solo un’avventura epica e inattesa ed è la rappresentazione della miseria umana e della grandezza di alcune anime belle, in grado di lasciarsi alle spalle gli orrori e conservare negli occhi la meraviglia dei bambini.

Le premesse dunque c’erano tutte e avevo grandi aspettative su questo romanzo, eppure non posso dire di aver davvero legato con questa storia. La scrittura è a tratti lenta e ridondante, ma è il taglio dato al racconto che mi ha lasciato perplessa.

La scelta di ambientare la vicenda all’interno di un grande avvenimento storico, i cui aspetti sono oggi in massima parte noti al pubblico, non lascia di per sé grandi spazi di manovra all’invenzione, ma qui interviene, mi pare, un intento revisionista, realizzato mediante l’equilibrismo tra una realtà storica feroce e una costruzione letteraria ammorbidita per i gusti moderni, con l’esito di una certa artificiosità.

Il protagonista è anche voce narrante, perciò è attraverso i suoi occhi e il suo sentire che il lettore viene accompagnato nel racconto. Nuno è rappresentato come un ragazzino impacciato, un fanciullo catapultato suo malgrado nella vita adulta, vittima di una sorta di bullismo non proprio benevolo da parte dei marinai, ma, nel XV° secolo, un diciassettenne era considerato un uomo a tutti gli effetti. A lasciarmi soprattutto perplessa è il suo sguardo, che appare orientato da una sensibilità etica e da un’apertura mentale che appartengono al nostro tempo, ma risultano assai poco credibili nel suo, a maggior ragione per un soggetto incolto e socialmente marginale, in quanto povero e senza padre, se non apertamente perseguitato in quanto ebreo.

La figura di Colombo è descritta in modo quasi grottesco: un fanatico religioso ossessionato dal bisogno di dimostrare la fondatezza delle sue teorie così a lungo osteggiate, da altri navigatori e dai reali che per anni si rifiutarono di finanziare la sua impresa; ma anche smanioso di oro e avido di riconoscimenti, nonché del tutto privo di qualunque tratto di umanità.

Gli uomini della ciurma sono stereotipi di ignoranza, grossolanità e scarso coraggio; tra loro, si distinguono però alcune anime belle, affini al protagonista per la condivisione di uno statuto di minorità, come il bellissimo Biondo che è muto, oppure per la padronanza di un sapere che innalza lo spirito, come Alonso dal meraviglioso canto. E anima bella è certamente l’indigena che suscita la passione di Nuno, creatura magnifica e acquatica, trasfigurata dall’amore con cui il protagonista la guarda, e metafora della meravigliosa natura incontaminata destinata a essere saccheggiata e distrutta.

Fragile e a tratti stucchevole mi pare la storia d’amore fra i due giovani, che occupa molto spazio nella narrazione ed è raccontata come una folgorazione reciproca, immediata e quasi metafisica, come se la differenza della lingua e del colore della pelle davvero potesse essere ignorata nella cultura del tempo, da una parte e dall’altra; un’intesa così “moderna”, quella fra i due, che resiste anche allo scherno della violenza, da cui Nuno non potrà difendere la sventurata india, conosciuta durante l’esplorazione e rapita per essere donata ai sovrani spagnoli.

E pure su questo tema della violenza sessuale, che ritorna nel finale, nel ricordo della madre di Nuno, avverto uno slittamento di contesto, essendo l’argomento affrontato con un taglio decisamente attuale, orientato più a riconoscere il dolore della donna che a indignarsi per l’onore macchiato (spesso di qualcun altro), visione disgraziatamente assai prematura per le genti del XV° secolo.

In conclusione, l’autore, forse in linea con un certo revisionismo, si sforza di fornire, di quei fatti passati, una lettura accettabile per l’odierno sentire, addolcendo la crudezza della realtà storica e della cultura del tempo, attraverso lo sguardo di un protagonista che sembra un ragazzo dei nostri giorni.

Nuno può suscitare senz’altro la simpatia del lettore, ma è un riflesso puramente sentimentale che porta a identificarsi col più debole, o, forse meglio, a riconoscersi nel suo sguardo critico sulla vicenda che racconta, laddove, all’ammirazione per l’indubbio coraggio dei navigatori e del loro capitano, si unisce inevitabilmente la cattiva coscienza di una conquista rapace, feroce, distruttiva e ingiusta. Solo che difficilmente Nuno l’avrebbe pensato davvero.