Prima di noi


“Prima di noi” inizia con la rotta di Caporetto: un fante diserta, è Maurizio Sartori, che trova riparo in un casale isolato, nella campagna friulana, dove vive la famiglia Tassan e dove resta nascosto, dando una mano nei campi, da gran lavoratore di pessimo carattere qual è. Ma quando la primogenita di casa, Nadia, rimane incinta, Sartori fugge e il vecchio Tassan lo va a riprendere, costringendolo al matrimonio riparatore; nonostante il pessimo inizio, l’unione si rivela solida e a suo modo felice. I due mettono su casa a Udine, dove crescono i tre figli, Gabriele, Domenico e Renzo, molto diversi fra loro. Sono gli anni del fascismo e della guerra: Gabriele, schivo e amante degli studi, riuscirà a imboscarsi dopo l’8 settembre; Domenico, generoso e folle, verrà spedito in Africa e morirà in un campo; Renzo, vivace e ribelle, vorrebbe unirsi ai partigiani, ma la madre glielo proibisce e lui non la perdonerà mai. Gabriele e Renzo dopo la guerra mettono su famiglia e lasciano il Friuli per trasferirsi in Lombardia: Renzo operaio, Gabriele professore di lettere, prendono strade diverse. La storia segue poi le vicende della generazione successiva, con i figli dei due, Eloisa e Davide, Diana e Libero, mentre l’Italia cambia e passa dal dopoguerra al boom economico, alla contestazione e agli anni della lotta armata. Infine Dario e Letizia, l’ultima generazione dei Sartori, nell’età del precariato e della disillusione giovanile. Questo ponderoso romanzo mi ha deluso: vera saga familiare soltanto nella prima parte, già dalla seconda generazione, si avvicendano in scena i singoli protagonisti che conducono vite separate e non sono uniti da nulla. La scelta di raccontare storie normali, prive di fatti straordinari, per novecento pagine e tre generazioni, genera alla lunga una certa noia. Anche il contesto storico e politico, sfondo delle vicende dei protagonisti, è raccontato in modo asettico; la sensazione è quella di un autore cronista, che non svela le sue passioni, non prende le parti di nessuno, ma si limita a riportare fatti accaduti, lasciando un senso malinconico di rassegnazione per l’intima vanità dell’esistenza.