Ambientato nell’Unione Sovietica di Michail Gorbaciòv, tra il 1987 e il 1991, “Romanzo russo” indaga un tempo di dissoluzione e declino, ma anche di ricostruzione secondo nuovi ideali, tra cui la trasparenza dell’agire pubblico e politico. Tre sono le trame e tre i protagonisti principali, tutti alla ricerca di qualcosa: Tanja, che sta scrivendo la sua tesi di dottorato in storia sulle epurazioni dei primi anni ‘50 a Bakù, in Azerbaijan; Nazar, un giudice istruttore integerrimo che indaga sull’omicidio di un ayatollah, e Mark, attore ebreo che vuole scrivere un romanzo sullo sterminio degli ebrei di Odessa negli anni ‘40. Le tre trame sono per lo più indipendenti, pur presentando aspetti comuni. I viaggi e le ricerche tra Bakù e Mosca di Tanja e Nazar, e il vagabondaggio di Mark nel caldo estivo di Mosca, si alternano su sfondi dettagliatissimi di oggetti, luoghi, paesaggi, vestiti, arredamenti, cibi, odori, talmente realistici da immergere il lettore nella ricostruzione minuziosa di una storia materiale dell’URSS di quegli anni. E questa è, a mio parere, la cifra più significativa del romanzo, che, va detto, valorizza più il Barbero storico che il Barbero narratore. Infatti, attraverso le storie dei singoli personaggi, l’autore riesce a descrivere il contesto politico, sociale ed economico del tempo, l’atteggiamento dei singoli in rapporto al potere della burocrazia e della politica, le sfaccettature nazionali e religiose, spesso oscurate ma in realtà vivacissime, gli sforzi di rinnovamento e il peso di un passato ingombrante. Filo conduttore del romanzo, tipico dello storico, è la ricerca della verità, che trova nella frequentazione dell’archivio il suo aspetto più plastico. “Romanzo russo”, di nome e di fatto, si caratterizza per la struttura corale, la profonda analisi psicologica dei personaggi, il realismo dettagliato e una forte coscienza storica e sociale che ne fanno un’opera originale e degna di nota. Della tradizione dei classici russi ha tuttavia anche qualche difetto: la pesantezza
Romanzo russo

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